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FRAMINGHAM: IL “MODELLO BASE” DEGLI STUDI EPIDEMIOLOGICI DI OSSERVAZIONE

 

 

L’osservazione di cosa accade, nel tempo, a persone di cui sono stati rilevati, all’inizio dello studio, aspetti dello stile di vita o della biochimica dell’organismo, aiuta a capire il ruolo di questi fattori nello sviluppo delle malattie e nel mantenimento di un buono stato di salute.

Vi siete mai chiesti come si sia stabilito che un colesterolo elevato (o il fumo di sigaretta, o la pressione elevata), aumentino il rischio di incorrere nelle malattie coronariche come l’infarto? E possiamo fidarci di questi studi e delle loro conclusioni?

Per rispondere a queste domande proviamo a fare un passo indietro: riesaminando i risultati dei cosiddetti studi di popolazione, effettuati a partire dalla metà del secolo scorso.

La nascita dello studio di Framingham

Uno dei più famosi, l’arcinoto studio di Framingham, fu iniziato attorno al 1950 (1). I circa 20.000 abitanti della omonima cittadina, situata vicino a Boston, negli Stati Uniti, furono invitati a
partecipare allo studio, e quelli che accettarono furono sottoposti dai ricercatori ad una visita medica accurata (che comprendeva la misurazione della pressione arteriosa), al rilievo delle abitudini di vita (fai attività fisica? cosa mangi abitualmente? fumi? bevi alcolici? eccetera eccetera) e ad un prelievo di sangue, sul quale vennero misurati il tasso di colesterolo ed altri parametri (la glicemia, l’azotemia, l’uricemia per esempio). Tutti queste informazioni furono accuratamente archiviate, e le persone furono poi invitate a tornare, per essere rivisitate, ad intervalli regolari (ogni due anni). Tutte furono inoltre tenute comunque sotto controllo tramite gli ospedali ed i medici locali, in modo che i ricercatori dello studio fossero informati dell’evoluzione della loro storia clinica (la comparsa di malattie di qualunque tipo, o il loro decesso, per esempio).

I primi risultati dello studio

Dopo alcuni anni si iniziò a fare alcune scoperte interessanti. Si vide per esempio che le persone che erano andate incontro, negli anni dello studio, ad eventi clinici specifici (l’infarto, l’ictus cerebrale, alcuni tumori del polmone) presentavano alla visita iniziale alcune caratteristiche che li differenziavano da coloro che, sempre nel tempo, erano invece rimasti in buona salute.

Consideriamo per esempio il caso della colesterolemia. I ricercatori di Framingham osservarono che coloro che, alla prima visita, avevano mostrato una colesterolemia attorno a 300 mg/dL avevano un rischio di infarto, negli anni successivi, circa quattro volte superiore a chi aveva invece 200 mg/dL (2). Osservarono anche che chi fumava aveva una maggiore probabilità di andare incontro poi ad un tumore polmonare, e chi aveva la pressione alta ad un ictus cerebrale.

Attenzione, la scelta del termine non è casuale: si trattava di probabilità, non di certezza. Non tutti quelli che avevano poi avuto un infarto avevano, alla visita iniziale, un colesterolo elevato, e non tutti quelli che avevano un colesterolo elevato alla visita iniziale avevano poi avuto un infarto. Semplicemente, le probabilità che questi eventi capitassero o meno erano diverse nei vari gruppi di persone.

Fattori di rischio: una questione di probabilità

Facciamo un esempio banale: se viaggiate ad alta velocità su una strada un po’ tortuosa avete una maggiore probabilità di avere un incidente che se viaggiate invece a velocità normale: ma è ovvio che potreste avere un incidente anche a bassa velocità (per esempio se vi distraete un attimo) o invece fare cento chilometri correndo come pazzi senza che succeda nulla (per esempio se siete dei piloti professionisti). La probabilità può quindi cambiare, e anche di molto: ma prevedere gli eventi con certezza assoluta è purtroppo impossibile. Non a caso queste condizioni si definiscono “fattori di rischio”: un termine che ne descrive precisamente il ruolo.

Altri studi confermano ed ampliano i risultati dello studio di Framingham

Framingham è stato per certi versi lo studio capostipite: successivamente, in studi sempre più grandi, condotti in tutto il mondo su decine di migliaia di persone, si è osservato che anche chi aveva una colesterolemia di 250 mg/dL rischiava di più di chi aveva invece 200 mg/dL, e studiando persone che avevano già subito un infarto, che la probabilità di andare incontro ad un secondo evento era maggiore per chi aveva una colesterolemia di 200 mg/dL rispetto a chi, per esempio, aveva invece 150 mg/dL (è questo il motivo, per inciso, per cui i “valori di normalità” sono stati progressivamente abbassati). Successivamente si è scoperto che il colesterolo LDL era un “predittore di rischio” più efficace del colesterolo totale, contemporaneamente è nato il concetto del colesterolo HDL che risultava protettivo, quindi si è iniziato a prestare attenzione ai trigliceridi… Ecco, più o meno, come lo scenario delle nostre conoscenze si è progressivamente ampliato (e continua ad ampliarsi).

Cosa succede se il colesterolo scende

La scoperta, nei primi anni ‘90, di efficaci farmaci per abbassare il colesterolo, ha poi consentito di rispondere alla domanda successiva: se abbassiamo la colesterolemia mediante un trattamento specifico, il rischio di infarto si riduce? E’ infatti ovviamente essenziale essere certi di questo effetto protettivo, prima di proporre interventi che possono interessare milioni di persone. E la risposta è stata inequivocabilmente positiva: se si abbassa la colesterolemia gli infarti scendono (3). Quindi oggi sappiamo con certezza che una colesterolemia elevata aumenta la probabilità di incorrere nel tempo in un infarto, e che, d’altra parte, se la colesterolemia viene ridotta, il rischio scende proporzionalmente. Non è poco, se ci pensate: e questo complesso di conoscenze ha certamente contribuito alla riduzione dei casi di infarto che si è osservata, in tutto il mondo, negli ultimi decenni. E che può continuare: siamo sempre più abili nel trattare questo importante fattore di rischio, e tra poco (ma serve ancora un po’ di pazienza) anche gli studi di genetica, molti dei quali sono ormai a buon punto, inizieranno a darci una mano.

Bibliografia
1 - Mahmood SS, Levy D, Vasan RS, Wang TJ. The Framingham Heart Study and the epidemiology of cardiovascular disease: a historical perspective. Lancet 2014; 383: 999-1008.
2 - Castelli WP, Garrison RJ, Wilson PW, Abbott RD, Kalousdian S, Kannel WB. Incidence of coronary heart disease and lipoprotein cholesterol levels. The Framingham Study. JAMA 1986; 256: 2835-8.
3 - Cholesterol Treatment Trialists' (CTT) Collaboration. Efficacy and safety of LDL-lowering therapy among men and women: meta-analysis of individual data from 174,000 participants in 27 randomised trials. Lancet 2015; 385: 1397-405.

Data ultimo aggiornamento: 18 marzo 2019