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RISCHIO CARDIOVASCOLARE E IPERTENSIONE

Rischio cardiovascolare e ipertensione
 

 

Il valore della pressione arteriosa è uno dei parametri di salute più conosciuti dal grande pubblico, e probabilmente uno dei più misurati, sia dai medici e sia in automisurazione. E tutti sanno che la pressione non dovrebbe essere “troppo alta”, se si vuole ridurre il rischio di eventi cardiovascolari anche gravi (specie l’ictus cerebrale). Si possono trovare molte informazioni al proposito, se lo si desidera, anche sul web: ma è importante scegliere siti affidabili (come per esempio quello della SIIA, la Società Scientifica dell’Ipertensione Arteriosa). Le fake news, anche su questo tema, abbondano.

Recentemente, dal congresso dell’AHA, tenutosi negli Stati Uniti, è arrivato un messaggio importante: la pressione arteriosa va già considerata elevata se la sistolica (la cosiddetta “massima”) supera i 130 mmHg e se la diastolica (la “minima”) supera i 80 mmHg, e non più, quindi, a partire da 140/90 mmHg; un trattamento per abbassare i valori della pressione va tuttavia iniziato solamente se il medico rileva la presenza di altre condizioni (il diabete, o un pregresso evento cardiovascolare, per esempio, che aumentano ulteriormente il rischio cardiovascolare. Il rilievo contemporaneo di alti valori della pressione e del colesterolo può essere una di queste condizioni: ed è al tempo stesso un tema di interesse per chi frequenta il nostro sito.

Una prima informazione: ipertensione e ipercolesterolemia tendono a presentarsi, nella stessa persona, un po’ più spesso di quanto si potrebbe immaginare. Se uno dei due parametri è alto, in altre parole, è un poco più probabile dell’atteso (su base statistica, cioè) che lo sia anche l’altro. I meccanismi di questa associazione sono solo in parte noti: se il colesterolo è elevato, per esempio, lo strato di cellule che riveste l’interno delle arterie (l’endotelio) funzionerà in modo meno efficiente, e meno efficientemente controllerà il cosiddetto “tono vascolare”, e cioè lo stato di contrazione o di rilasciamento dell’arteria stessa. Il vaso arterioso sarà, in media, un po’ più contratto e un po’ più rigido: con la conseguenza che la pressione (specie la diastolica) sarà di qualche millimetro di mercurio più elevata.

E’ un problema di rilevanza non solo teorica: perché tutte le linee guida sottolineano che la presenza contemporanea di più fattori di rischio aumenta sensibilmente il rischio cardiovascolare. E’ un po’ come se 1+1 (ipercolesterolemia + ipertensione) facesse 3, invece che 2. Il motivo è semplice: i fattori di rischio “fanno lega” nel danneggiare la parete delle arterie (specie le coronarie, responsabili dell’infarto, e le carotidi, da cui spesso parte l’ictus cerebrale), e la loro presenza contemporanea amplifica il danno.

Ne deriva, passando agli aspetti più pratici, che il controllo della colesterolemia, se la pressione arteriosa è elevata, deve essere un po’ più attento. Nell’alimentazione dell’ipercolesterolemico iperteso deve quindi entrare anche l’attenzione all’eccesso del sale da cucina (anche se alcuni dati recenti ridimensionano in parte l’importanza del sale nella popolazione generale, tra gli ipertesi rimane essenziale controllarne il consumo). Luce completamente verde per l’attività fisica, specie se moderata e costante (30 minuti, almeno cinque volte la settimana), che svolge effetti favorevoli sia sul profilo lipidico (aumentando i livelli del colesterolo HDL e riducendo quelli dei trigliceridi) e sia, al tempo stesso, migliorando i valori della pressione arteriosa.

Se il medico decide di utilizzare farmaci, per controllare l’uno o l’altro di questi due fattori di rischio, effettuerà la propria scelta anche in base ad alcune considerazioni specifiche di natura farmacologica: alcuni farmaci utilizzati per abbassare la pressione (per esempio i vecchi diuretici) possono per esempio peggiorare il profilo lipidico (aumentando il valore del colesterolo LDL), e vanno quindi impiegati con cautela in presenza di ipercolesterolemia. Altri antipertensivi (come alcuni beta-bloccanti) possono aumentare invece i trigliceridi e ridurre il colesterolo “buono” HDL: e pure vanno evitati, se possibile, se la lipidemia non è ottimale. Le statine, invece, tendono a migliorare, seppure lievemente, i valori pressori dei pazienti che le assumono (interrompendo quel processo di danno alla parete arteriosa da parte delle LDL, prima ricordato, che tende a far salire i valori pressori in presenza di ipercolesterolemia) e il loro impiego negli iperteni non presenta quindi controindicazioni dirette.

Se la pressione arteriosa e il tasso di colesterolo sono entrambi elevati, quindi, l’attenzione al loro controllo va aumentata. Il medico, in questi casi, è certamente il professionista essenziale per affrontare correttamente la situazione.

Data ultimo aggiornamento: 06 dicembre 2017