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Colesterolo HDL: ma è veramente “buono” come si pensa?

Colesterolo HDL

Quasi tutti hanno sentito parlare del colesterolo HDL (noto come colesterolo “buono”), e sanno che, al contrario del colesterolo LDL (il colesterolo “cattivo”), un valore più alto del colesterolo HDL è meglio di uno più basso. Molti articoli, soprattutto sulla stampa non specializzata, si spingono a dire che se il colesterolo HDL è abbastanza alto possiamo non preoccuparci troppo del colesterolo cattivo. Ma è veramente così? Alcuni dati recenti suggeriscono qualche cautela al proposito.
Ma andiamo con ordine.
Il colesterolo HDL rappresentava, secondo la visione prevalente tra gli scienziati di pochi anni addietro, il colesterolo che viaggia dalla periferia
dell’organismo verso il fegato, dove può essere eliminato attraverso la bile (il medico definisce questo meccanismo “trasporto inverso del colesterolo”).
Le lipoproteine HDL funzionerebbero in altre parole come barchette in grado di “caricare” il colesterolo in eccesso che si è depositato all’interno delle arterie, nelle placche arteriosclerotiche, permettendone l’eliminazione dall’organismo.
Ma, come si ricordava, ci sono novità importanti dal mondo della ricerca su questo argomento.
La prima è che secondo alcuni studi recenti, le persone con livelli molto elevati di colesterolo HDL (oltre 80-100 mg/dL, per intenderci) avrebbero un rischio di infarto più o meno simile a quelle con livelli bassi. I valori ottimali, quindi, sarebbero quelli medio-alti (diciamo tra 40 e 60 mg/dL) e il rischio aumenterebbe sia al di sopra e sia al di sotto di questi valori.
La seconda novità è che gli studi nei quali si è cercato di aumentare il livello del colesterolo HDL, non hanno rilevato vantaggi in termini di rischio cardiovascolare. Le HDL sono salite, in altre parole, ma gli infarti non sono calati. Cercare di aumentare i livelli del colesterolo HDL, immaginando che questo migliori la protezione cardiovascolare, sarebbe quindi forse inutile.
La terza è che alcuni studi molto recenti, condotti con una metodologia particolare (le cosiddette “randomizzazioni mendeliane”) suggerirebbero che i valori delle HDL, anche quando sono ottimali, non sarebbero la vera causa della protezione vascolare, ma solo un indicatore che segnala una situazione metabolica complessivamente favorevole.
Cosa concludere, alla luce di questi studi recenti?
Rimane valido che un colesterolo HDL relativamente elevato (e quindi superiore a 40 mg/dL nell’uomo, e a 50 mg/dL nella donna) si associa a una riduzione del rischio di malattie coronariche come l’infarto, ma valori molto elevati non sarebbero necessariamente protettivi.
Livelli bassi segnalano invece un aumento del rischio; in questi casi è opportuno sentire il proprio medico per valutare con lui l’opportunità di controllare in modo più efficace gli altri fattori di rischio eventualmente presenti.
Cercare di aumentare i livelli (almeno mediante farmaci) sembrerebbe infatti inutile. Le HDL potrebbero essere infatti solamente un indicatore (e non la causa) delle variazioni del rischio coronarico.
Un argomento che i medici credevano di conoscere (e maneggiare) bene si è quindi rivelato più complesso di quanto non immaginassimo. Come succede ormai frequentemente: la ricerca procede in modo tumultuoso e sempre più rapido. Il dialogo con il proprio medico, per effettuare assieme le corrette scelte di salute, diviene, in casi come questo, ancora più importante.

Fonte:
Khera AV, Cuchel M, de la Llera-Moya M et al. Cholesterol efflux capacity, high-density lipoprotein function, and atherosclerosis. N Engl J Med. 2011;364:127-135.
Madsen CM, Varbo A, Nordestgaard BG. Extreme high high-density lipoprotein cholesterol is paradoxically associated with high mortality in men and women: two prospective cohort studies. Eur Heart J 2017;38:2478-2486.
Voight BF, Peloso GM, Orho-Melander M et al. Plasma HDL cholesterol and risk of myocardial infarction: a mendelian randomisation study. Lancet 380: 572-580, 2012

Data ultimo aggiornamento: 30 gennaio 2018