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I chilomicroni

I chilomicroni

Quando consumiamo alimenti che contengono grassi (si tratta in larghissima parte di trigliceridi, una ricca fonte di energia), il nostro organismo mette in atto una complessa strategia per assorbirli e poterli utilizzare compiutamente.

Dall’intestino, dove sono solubilizzati per mezzo della bile e attaccati da specifici enzimi digestivi (si chiamano “lipasi”), i grassi alimentari entrano nella parete intestinale, dove vengono combinati con una proteina particolare (apo B-48) e quindi utilizzati per formare grossissime particelle lipoproteiche, denominate chilomicroni. I chilomicroni, attraverso la linfa, viaggiano verso il fegato ma già durante questo breve viaggio vengono nuovamente attaccati da enzimi specifici ed il lorocontenuto in trigliceridi progressivamente si riduce. Rimpiccioliti e svuotati di parte del loro contenuto in trigliceridi, i chilomicroni (o meglio i loro resti, o “remnants”) vengono alla fine catturati dal fegato, al quale cedono il loro contenuto residuo di trigliceridi, di fosfolipidi e di colesterolo (1).

In condizioni normali il meccanismo funziona molto bene, e i livelli di chilomicroni nel sangue sono praticamente trascurabili, anche immediatamente dopo un pasto. Ma se gli enzimi deputati alla digestione dei trigliceridi (soprattutto la cosiddetta lipoprotein-lipasi, o LPL) non funzionano adeguatamente, o sono inibiti da particolari sostanze, i chilomicroni si ritrovano in circolo, anche a digiuno. Si tratta di forme assai rare, caratterizzate da livelli di trigliceridi nel sangue che raggiungono facilmente valori molto elevati (2000-3000 fino a 10.000 mg/dL).

Il sangue di queste persone sembra mescolato con il latte, ed è opalescente: il siero, separato per centrifugazione, torna dopo un po’ di tempo ad essere limpido, come dovrebbe, ma è sovrastato da uno straterello più o meno denso del tutto simile alla panna (i chilomicroni, essendo molto ricchi di grassi, sono infatti più leggeri della dell’acqua, e tendono a venire a galla).

Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, questa situazione non aumenta il rischio di aterosclerosi, e quindi di infarto: i chilomicroni sono troppo grossi, e non riescono ad entrare nella parete delle arterie per formare le temute placche. La situazione è tuttavia pericolosa: il rischio principale è infatti la pancreatite acuta, che in questi pazienti è spesso ricorrente(2).

La terapia di queste forme (per fortuna, come si ricordava, estremamente rare) è complessa: vengono impiegati nell’alimentazione alcuni grassi particolari, i cosiddetti trigliceridi a media catena (MCT), nell’ambito di una dieta molto restrittiva; sono in arrivo farmaci del tutto nuovi, ma probabilmente solo l’ingegneria genetica consentirà di risolvere queste situazioni (2).


Fonti:
1- Dash S, Xiao C, Morgantini C, Lewis GF. New Insights into the Regulation of Chylomicron Production. Annu Rev Nutr 2015; 35: 265-94.
2- 
Brown WV, Goldberg I, Duell B, Gaudet D. Roundtable discussion: Familial chylomicronemia syndrome: Diagnosis and management. J Clin Lipidol 2018; 12: 254-263.

Data ultimo aggiornamento: 18 giugno 2018