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INFIAMMAZIONE, COLESTEROLO ED ATEROSCLEROSI: CONNESSIONI PERICOLOSE

 

 

“Spegnere” l’infiammazione controllando i fattori di rischio (come il colesterolo LDL) è importante per ridurre il rischio cardiovascolare.

Sappiamo ormai da molti anni che l’infiammazione e l’aterosclerosi sono inestricabilmente collegate, e che un’attivazione, anche modesta, ma duratura, dei meccanismi dell’infiammazione nel nostro organismo aumenta sensibilmente il rischio di eventi cardiovascolari (come l’infarto di cuore o l’ictus cerebrale) nel tempo. Attenzione: non pensate all’infiammazione che accompagna per esempio una ferita che si è infettata (con i tessuti circostanti che diventano rossi, caldi, gonfi e dolenti); in questo caso stiamo parlando di una micro-infiammazione generalizzata, del tutto priva di sintomi, di cui ci si accorge solamente perché, con uno specifico esame del sangue, il medico rileva che i livelli della proteina C reattiva (o PCR, o ancora CRP come la chiamano gli anglosassoni), sono aumentati, e superano stabilmente il valore soglia di 3 mg/L (o 0,3 mg/dL, è lo stesso).

L’idea di un grande ricercatore italiano

Di questa connessione pericolosa si accorse, più di trent’anni fa, un ricercatore italiano, Attilio Maseri; successivamente si osservò come la PCR, utilizzata da decenni per misurare l’intensità dei fenomeni infiammatori nell’organismo, ma misurata con una tecnica ad alta sensibilità (hs, dall’inglese high sensitivity) consentisse di migliorare l’identificazione dei soggetti che nel tempo sarebbero andati incontro, per esempio, all’infarto (1).

Ma perché infiammazione ed aterosclerosi sono collegate? Grazie al lavoro di ricercatori di tutto il mondo molte di queste connessioni pericolose, negli ultimi anni, si sono chiarite. Sappiamo innanzitutto che l’infiammazione rende meno stabili le placche aterosclerotiche che, nel tempo, si formano più o meno inesorabilmente all’interno delle nostre arterie, incluse le coronarie e le carotidi, che portano il sangue, rispettivamente, al cuore ed al cervello.

Placche stabili ed instabili

E’ un concetto molto importante. Le placche non infiammate sono stabili, e in genere ricoperte da un solido cappuccio fibroso: possono restringere il lume di un’arteria, e limitare quindi il flusso del sangue, ma raramente creano problemi gravi al paziente che ne è portatore; se la placca è infiammata, ed instabile, il rischio è invece molto maggiore: i processi infiammatori tendono a distruggere pian piano il cappuccio protettivo della placca stessa, fino a facilitarne la rottura (2).

Se questo succede, il sangue viene a contatto con la “pappa ateromatosa” ricca di colesterolo contenuta all’interno della placca aterosclerotica, e si innesca immediatamente la formazione di un trombo, che occlude il vaso. Ne deriva un infarto oppure un quadro di angina instabile: in ogni caso condizioni gravi, che richiedono l’immediato intervento di un cardiologo. Se la placca era invece situata in carotide, le conseguenze della sua rottura possono essere un ictus o un attacco ischemico transitorio (TIA).

Oggi sappiamo che il colesterolo in eccesso è di per se stesso uno stimolo alla comparsa dell’infiammazione: per esempio perché all’interno delle placche il colesterolo tende a precipitare sotto forma di cristalli appuntiti, a forma di ago, che distruggono i tessuti circostanti ed attivano così i fenomeni infiammatori, coinvolti nella rimozione dei tessuti danneggiati o morti e nella loro sostituzione con una cicatrice fibrosa.

Il meccanismo, secondo le vedute più moderne (ma la ricerca continua: dubitate di quelli che “sanno già tutto”) sembra quindi il seguente: il colesterolo elevato attiva i processi dell’infiammazione, segnalati da un aumento del livello della PCR. L’infiammazione (che può essere attivata anche da altri fattori di rischio: vedi oltre) rende più instabili le placche, e questo aumenta la probabilità di una loro rottura e quindi di un infarto. Riducendo il colesterolo, invece, le placche si stabilizzano; e quest’effetto protettivo è tanto maggiore quanto più scendono i valori della PCR, trascinati in basso dal calo delle LDL.

Abbassare il colesterolo LDL aiuta a spegnere l’infiammazione

Gli studi clinici di intervento controllati ci hanno fornito la controprova del fatto che il colesterolo elevato è causa di infiammazione: abbassando il colesterolo con una statina, o con altri farmaci, la PCR (che utilizziamo di fatto come “termometro” di questi fenomeni) tende a ridursi, in genere in modo proporzionale al calo delle LDL (3). Recentemente, inoltre, uno studio condotto da Paul Ridker (e denominato CANTOS) ha esaminato in un gruppo di soggetti ad alto rischio coronarico gli effetti di un farmaco sperimentale (dal nome impronunciabile: Canakinumab) che blocca in modo selettivo i fenomeni infiammatori: osservando che gli eventi infartuati si sono ridotti nei soggetti trattati con il farmaco rispetto a quelli del gruppo placebo, anche se la colesterolemia (come atteso) non si è per nulla modificata (4). La PCR è invece scesa in modo marcato.

E’ facile a questo punto immaginare che anche altri interventi possano avere un effetto antinfiammatorio, e contribuire così a ridurre il rischio di infarto. Un’alimentazione equilibrata, in effetti (come quella mediterranea), riduce per esempio i livelli dei marcatori dell’infiammazione (5); così come l’attività fisica regolare, il controllo del peso (e soprattutto della “pancetta”, e cioè dell’aumento della circonferenza addominale), l’astensione dal fumo.

Un meccanismo (l’infiammazione) che l’evoluzione mirabilmente descritta da Charles Darwin ha mantenuto nel corso della storia della nostra specie, perché protettivo, è quindi diventato, nel mondo moderno, e soprattutto per l’allungarsi della nostra vita, una pericolosa fonte di rischio: anche perché non solo l’aterosclerosi, ma anche altre malattie degenerative (come alcuni tumori ed alcune forme di demenza) sono più frequenti in presenza di un’attivazione dei fenomeni infiammatori.

E’ una delle tante sfide che dobbiamo affrontare per vivere più a lungo, e soprattutto per migliorare la qualità della nostra vita: ma la ricerca scientifica ci sta dotando di strumenti sempre più efficaci per combattere e vincere questa battaglia.

Bibliografia essenziale
1 - Emerging Risk Factors Collaboration, Kaptoge S, Di Angelantonio E, Lowe G, Pepys MB, Thompson SG, Collins R, Danesh J. C-reactive protein concentration and risk of coronary heart disease, stroke, and mortality: an individual participant meta-analysis. Lancet 2010; 375: 132-40.
2 - Libby P. Inflammation in atherosclerosis. Arterioscler Thromb Vasc Biol 2012; 32: 2045-51.
3 - Kinlay S. Low-density lipoprotein-dependent and -independent effects of cholesterol-lowering therapies on C-reactive protein: a meta-analysis. J Am Coll Cardiol 2007; 49: 2003-9.
4 - Ridker PM, Everett BM, Thuren T, et al.; CANTOS Trial Group. Antiinflammatory Therapy with Canakinumab for Atherosclerotic Disease. N Engl J Med 2017; 377: 1119-1131.
5 - Bonaccio M, Cerletti C, Iacoviello L, de Gaetano G. Mediterranean diet and low-grade subclinical inflammation: the Moli-sani study. Endocr Metab Immune Disord Drug Targets 2015; 15: 18-24.

Data ultimo aggiornamento: 30 gennaio 2019